Michele Cravero

Michele Cravero

Responsabile Business Magazine
Cell: 3341655987
E-mail: michelecravero@istitutivinci.it

Lunedì, 04 Luglio 2016 00:00

Chi siamo?

Ateneo Group è un organizzazione, composta da una serie di divisioni  operanti nel settore dell'istruzione e della formazione.
A seguito di una serie di acquisizioni è cresciuto ulteriormente nell'area della formazione linguistica e finanziata.
Ateneo Group ha sedi in Gallarate e Varese, composto da un organico complessivo di circa 40 collaboratori.
La missione del gruppo è quella di formare.
I settori sono quelli dell'aeronautica, delle lingue e grazie all'esperienza maturata in anni di didattica, può oggi offrire ai suoi clienti un nutrito  catalogo di formazione  in vari settori tecnologici.
Vanta referenze in tutti i settori merceologici con clienti di prestigio,  che riconoscono come valori principali  quelli delle competenze e della capacità nell'insegnamento.

Lunedì, 04 Luglio 2016 00:00

Perché la rivista?

Come voi,  anche noi siamo un'azienda,  giornalmente  ci confrontiamo con il mercato, andando alla ricerca di soluzioni, idee tecnologiche, modelli,  che aiutino Ateneo Group a crescere e a migliorare dal punto di vista organizzativo,  tecnologico  e di gestione delle risorse umane.
E’ un lavoro impegnativo che ogni azienda che sia interessata a crescere sul suo mercato deve affrontare.
Abbiamo quindi pensato di condividere con voi  (nella speranza di potervi dare qualche spunto di riflessione),  il nostro pensiero quotidiano,  le nostre ricerche, i nostri successi,  le nostre analisi;  sperando di potervi fare cosa gradita e magari in futuro poter insieme condividere anche le vostre.
Da queste considerazioni è nata l'idea di far nascere questo nostro Magazine.  
Buona lettura.

L’inglese è la lingua del commercio, della scienza, della tecnologia. È un dato di fatto che più di un miliardo di persone comunichino in inglese, il commercio internazionale avviene in inglese.

British Institutes Gallarate & Varese, con pluriennale esperienza, è attenta alla soddisfazione del cliente, offrendo servizi di progettazione, sviluppo, rendicontazione e controllo della qualità, utilissimi in fase di valutazione dell’investimento.

La definizione di programmi e progetti formativi, prevede:

  1. l'analisi degli obiettivi aziendali
  2. la valutazione delle competenze linguistiche dei singoli dipendenti
  3. Il disegno di un progetto formativo sviluppato appositamente per il contesto aziendale precedentemente valutato

Concludendo con un test finale che serve all’azienda a valutare che gli obiettivi prefissati siano stati tutti puntualmente raggiunti

L'Unione Europea in un recente studio condotto nelle PMI dei 27 Stati membri, ha dimostrato chiaramente che le società che adottano una strategia linguistica coerente hanno aumentato il fatturato delle vendite passando dal 10 al 25%.              

Per impiegati, quadri e dirigenti, di tutti i settori lavorativi è incentivante vedere che la propria azienda investa in tale direzione.  Tutti i professionisti che hanno frequentato i nostri Istituti ci hanno ringraziato per avergli dato “una marcia in più” che le ha consentito di crescere a livello personale ed aziendale.

 

British Institutes Gallarate & Varese è la divisione di Ateneo Group che si dedica ad erogare formazione linguistica, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Visione e missione

La comunicazione non può prescindere dall’identità. Solo sapendo chi siamo e dove intendiamo andare, allora possiamo esprimerci. Ecco dunque l'esigenza di affrontare preliminarmente le tematiche relative a Visione e Missione aziendale.

Visione
In che cosa consiste? E perché è tanto importante? Come formularla e come comunicarla a tutti i collaboratori, clienti e fornitori? Qui di seguito, alcune risposte a queste domande.

La visione di un’impresa potrebbe essere efficacemente descritta come "un sogno realistico ad occhi aperti": è come avere davanti agli occhi una meta futura, ma senza sapere ancora di preciso come raggiungerla. La visione è la fonte d’ispirazione dell’attività d’impresa, in grado non soltanto di rendere chiaro ai dipendenti dell’azienda in che direzione si sta andando, ma di coinvolgere in questa destinazione anche clienti e fornitori.

Perché la visione sia operativa e concreta, la sua ottica temporale dovrà essere compresa in un arco da tre a cinque anni. Una visione a vent’anni, per dire, anche se può apparire bella, difficilmente potrebbe avere un valore pratico.

Perché la visione è necessaria?

Le ricerche confermano l’impostazione positiva che la presenza di una Vision conferisce ad un’impresa. Tutti i collaboratori trovano in questo obiettivo una ragione di forza e di impegno, provando maggiore soddisfazione se lavorano in un’organizzazione con una visione chiara. Sembra anche esistere una diretta correlazione tra visione e risultati finanziari dell’azienda.

Come si formula una visione?
La visione deve essere utilizzabile ai fini della predisposizione di una strategia e deve agevolare la comunicazione con tutti gli attori coinvolti nell’attività d’impresa. Si consiglia pertanto di utilizzare descrizioni sintetiche e chiare della visione, illustrando al tempo presente come vediamo il futuro. Nella visione devono rientrare tanto elementi misurabili quanto fattori non misurabili.

Come rendere la visione condivisa?
I dipendenti di un’impresa devono sapere dove l’organizzazione intende andare. Non c’è però un modo migliore rispetto ad altri di comunicare la visione aziendale: ciò dipende per esempio dalle dimensioni dell’impresa o dal modo in cui le cose stanno cambiando in uno specifico reparto. Bisognerà dunque scegliere il mezzo più opportuno e il messaggio più efficace per raggiungere ogni persona coinvolta.

Missione
Se la Visione è l’obiettivo futuro che l’impresa intende raggiungere, la Missione ci dice di più sul modo che vogliamo seguire per raggiungerlo. Come ottimizzare questa formulazione?

La missione definisce la filosofia di fondo di un’azienda e risponde alla domanda "Perché facciamo quello che facciamo?" La missione prescinde dal tempo, anche se è applicabile a specifici momenti concreti. Una missione che sia formulata in modo chiaro riesce a motivare, focalizzare e alleare le persone che lavorano in un’organizzazione

Criteri
Una buona formulazione della Mission deve essere sintetica ed essere collegata al raggiungimento degli obiettivi prefissati, che vengono delineati nella Visione. Infine si può esplicitare anche a quali specifiche parti (clienti, collaboratori o altri attori) l’azienda intende indirizzarsi.

Evitare espressioni vaghe
Nella definizione della missione aziendale andranno accuratamente evitate espressioni vaghe, come "massimo valore per gli azionisti" o "soddisfazione dei lavoratori" o "essere i migliori nel proprio settore", in quanto tali formulazioni sono difficilmente misurabili e, alla fine, tutte le aziende vorrebbero le stesse cose. E’ dunque necessario che la formulazione della missione sia espressa concretamente, in modo specifico e convincente.

Inserire collegamenti al mondo esterno

La sfera d’azione e di esistenza di ogni impresa si trova nel mondo esterno. Nessuna organizzazione o dipartimento lavora per se stesso. E’ bene dunque indicare, nella missione aziendale, cosa l’impresa intende rappresentare nel mondo esterno e in che modo.

Fornire motivazione
Una buona missione indica la ragione per la quale un’impresa svolge le sue attività. Non basta che la missione indichi "cosa" l’azienda fa, ma soprattutto che motivi il "perché lo fa".

Essere breve e memorabile
I vostri collaboratori, come anche i clienti e gli altri soggetti coinvolti devono poter ricordare facilmente la vostra missione. Una descrizione che occupi più di un foglio di dimensione A4 è dunque fondamentalmente errata. La mission non si perde in dettagli (per quelli serve la Strategia aziendale, che vedremo nella prossima puntata), ma è a grandi linee. Sintesi e significato, questi i criteri da seguire.

Evitare gergo e abbreviazioni
Essendo intesa per essere quanto più universale e condivisibile possibile (ricordate? Il mondo esterno!), la mission dovrà evitare, nella sua formulazione, di utilizzare parole gergali o abbreviazioni. Fate dunque attenzione che le espressioni utilizzate siano in un Italiano (o altra lingua) corretto e scorrevole.

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Sicurezza dei dati aziendali

Al giorno d’oggi, tutti hanno un pc ed uno smartphone e moltissimi utilizzano questi strumenti sia per uso personale, che per lavoro.

In Italia il 90% delle aziende è fatta da micro-imprese, composte da artigiani, liberi professionisti e ditte di servizi, che oltre ai suddetti apparati utilizza server, cloud, reti informatiche più o meno complesse per la condivisione e fruizione di dati dentro e fuori le mura di ciascuna sede.

I dati quindi non sono solo vulnerabili da pc e smartphone all’interno delle aziende, ma anche fuori, visto che spesso si ricorre alla connessione su server esterni, cloud e collegamenti remoti.

Avere un buon antivirus su tutti gli apparati compreso gli smartphone è corretto, ma non basta, perché gli attacchi non vengono solo dall’esterno in questa maniera, ma ultimamente si “aggregano” e si insidiano nelle applicazioni che utilizziamo.

Questi nuovi scenari introducono vulnerabilità fino a poco tempo fa sconosciute e ci mettono a rischio da attacchi veri e propri.

Un attacco informatico viene eseguito con mail, memorie di massa come USB flash, hard disk, e come detto mediante applicazioni che non dispongono di protezioni, che si insinuano senza essere visti dai nostri software antivirus.

Il tempo che un virus o malware resta nei nostri sistemi è stato stimato in circa 243 giorni, durante il quale penetra in tutti gli apparati e “carpisce” tutte le informazioni sensibili.

Quando ci si accorge dopo 243 giorni di essere stati attaccati, ormai è troppo tardi ed il danno è fatto!

Spesso si sottovalutano mail di phishing, e software utilizzati per uso personale ed aziendale, come Outlook, o applicazioni per cellulari, spesso gratuite, che non garantiscono la sicurezza, visto che il 90% delle risorse installate specialmente per il mobile è realizzata per hobby da appassionati dell’informatica.

 

Quale livello di sicurezza occorre avere?

La sicurezza spesso non viene mai considerata come un fattore importante e viene sottovalutata, ma ogni azienda e persona fisica ha delle informazioni riservate, che devono restare tali.

Innanzitutto occorre porsi una domanda: quanto sono importanti questi dati da proteggere?

Se per esempio prendiamo una azienda che fa brevetti e che vive di segretezza e riservatezza di prototipi a livello intellettuale e strategico, non può permettersi di perdere i propri dati embrionali, perché soggetti a spionaggio industriale da parte dei concorrenti e di attività criminali che lucrano su questi dati e quindi alla perdita di anni di lavoro prima di avere il prodotto finale e soprattutto un risultato, che diventerebbe in caso di furto dei dati un insuccesso!

Pertanto una azienda del genere deve avere un sistema di sicurezza più evoluto e strutturato e sicuramente più costoso per garantire la sicurezza dei propri contenuti.

Un professionista o un’azienda di piccole e medie dimensioni, deve garantire la sicurezza dei propri dati per la propria struttura e per il cliente, al fine di mantenere un grado di sicurezza buono, ma che sicuramente è inferiore alla azienda di brevetti.

Quindi, come si può ben comprendere, la scelta del livello di sicurezza è compromesso da stabilire a priori, che si ribadisce, non è possibile garantire al 100%.

La sicurezza dei dati al 100%  è un’utopia, perché sono moltissimi i fattori che incidono, come le persone, gli strumenti, gli apparati, i software, l’infrastruttura,  ma far tendere questo valore più vicino possibile al massimo è d’obbligo per garantire un sistema sicuro.

Quanti di Voi ha un antivirus (non gratuito) sul proprio smartphone? Le statistiche affermano che sono pochi gli italiani che ne hanno uno e quindi occorre necessariamente un software che non protegga solamente da attacchi tradizionali, ma che esegua una scansione all’interno delle applicazioni installate e che riesca a monitorare eventuali anomalie all’interno dei codici di tali software.

Per rispondere alla domanda sul livello di sicurezza da avere è fondamentale valutare gli impatti dei danni derivanti dalla perdita di dati e scegliere un compromesso trovando soluzioni hardware e software che offrano una combinazione di protezione ed usabilità dei prodotti e servizi, sia in cloud, che in azienda.

 

Ateneo Group si dedica ad erogare certificazioni nell’ambito della sicurezza aziendale, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Che cosa sono i KPI?

Definizione di KPI (Key Performance Indicators)

KPI è un acronimo inglese che sta per “Key Performance Indicators”, in italiano “indicatori di prestazione chiave”, e rappresenta l’insieme degli indicatori che permettono di misurare le prestazioni di una determinata attività o processo, ad esempio una campagna di web marketing.

I KPI sono quindi degli indicatori strategici che permettono di misurare la buona riuscita di un progetto, e devono essere strettamente legati agli obiettivi che ci si propone di raggiungere. Una volta identificati i propri obiettivi, vanno definiti in anticipo i KPI.

Gli indicatori di performance devono inoltre essere quantificabili e misurabili in quanto devono permettere di analizzare con precisione i progressi fatti verso il raggiungimento dei propri obiettivi.

Definire i KPI con attenzione è quindi molto importante.

In aggiunta, un buon KPI dovrebbe essere scelto in ottica di lungo periodo, e non dovrebbe cambiare nel breve, in modo da essere confrontabile. In questo modo sarà infatti più facile effettuare nel tempo dei confronti con gli stessi periodi degli anni precedenti, per valutare i progressi compiuti nel raggiungimento dei propri obiettivi.

 

 Esempi di Indicatori Chiave di Performance per Siti Web

Il termine KPI viene molto utilizzato nel Web Marketing e sta ad indicare un insieme di metriche, come il numero delle visite e delle conversioni, fondamentali per il successo del proprio Business.

Le KPI ovviamente variano a seconda del proprio business anche se restiamo nell’ambito del web marketing. Per esempio, in un e-commerce è fondamentale conoscere metriche come il tasso di conversione relativo agli acquisti, mentre per un Blog sono ovviamente più importanti gli iscritti alla propria newsletter.

Per identificare le KPI di una strategia web marketing, o di un business online, è importante stabilire i propri obiettivi sia come azienda, che a livello di campagna pubblicitaria.

Per analizzare le KPI bisogna utilizzare software dedicati come Google Analytics e Strumenti Web Master di Google.

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Formazione Finanziata

La Formazione Finanziata è un’interessante opzione per ogni impresa che intenda investire nell’aggiornamento e nel consolidamento delle competenze dei propri dipendenti.

La caratteristica di questa tipologia di formazione è che viene finanziata (come dice la parola stessa) attraverso Fondi messi a disposizione delle imprese.


Per cominciare: cosa sono i Fondi Professionali?

I Fondi esistenti sono numerosi. Ve ne sono disponibili per ciascuno dei settori economici dell´industria, dell´agricoltura, del terziario e dell´artigianato.
Si tratta di Fondi Pubblici e Fondi Paritetici Interprofessionali ai quali ogni impresa può decidere di aderire. L’adesione ai Fondi è gratuita.

Il Fondo viene alimentato attraverso l’accantonamento di una percentuale del lordo delle buste paga dei dipendenti dell’impresa che aderisce. L’imprenditore si trova così ad avere a disposizione un ammontare che si accumula nel tempo e che è a disposizione dell’impresa per finanziare interventi o corsi di formazione.

In questo modo, tali corsi verranno di fatto fruiti gratuitamente.
La percentuale del lordo delle buste paga che viene prelevata dal Fondo, infatti, non è altro che il cosiddetto “contributo obbligatorio per la disoccupazione involontaria” che l’azienda è tenuta comunque a versare all’INPS.

E’ dal 2003 (anno in cui sono stati istituiti i primi Fondi Paritetici Interprofessionali in applicazione di quanto previsto dalla L. n.388 del 2000) che viene data la possibilità alle imprese di destinare questa quota (pari allo 0,30% dei contributi versati all’INPS) alla formazione dei propri dipendenti.
L’INPS quindi trasferisce il contributo al Fondo prescelto, che finanzierà le attività formative per i dipendenti delle impresa aderente.

Come si aderisce ad un Fondo?

L’adesione va comunicata all’INPS attraverso il Modello di denuncia contributiva DM10/2I. Nel Modello va indicato  il Fondo prescelto con il relativo codice oltre che il numero dei dipendenti per cui l´impresa versa il “contributo obbligatorio per la disoccupazione involontaria”.
Il Modello DM10/2I va utilizzato anche per l’eventuale revoca dell´adesione.

Come funzionano i Fondi?

I vari Fondi Interprofessionali possono operare in modi differenti.

Alcuni pubblicano periodicamente Bandi a cui le imprese aderenti possono partecipare presentando un progetto: il Piano Formativo. I Piani Formativi presentati entro i termini indicati dal Bando vengono valutati dal Fondo che pubblica una graduatoria di aggiudicazione.

Altri Fondi prevedono l’accantonamento di una parte del capitale in un “conto” che rimane sempre disponibile per l’azienda nei modi e nei tempi che essa ritiene più opportuni, senza dover partecipare ad alcun bando.

I Piani Formativi

Un Piano Formativo è un programma organico di azioni formative dedicate ai dipendenti.
Il Piano comprende uno o più progetti specifici che dettagliano le singole azioni formative (corsi), e le azioni connesse, per le quali si richiede il finanziamento.

Il Piano deve essere presentato al Fondo ed approvato.

Con il sistema dei Fondi, sono ammessi al finanziamento i Piani Formativi aziendali, settoriali e territoriali, che le imprese, singolarmente o in gruppo, realizzano per i propri dipendenti, sono ammessi anche i Piani Formativi individuali.

 

Ateneo Group, in collaborazione con Fonditalia (Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua), si dedica ad erogare formazione finanziata, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Viral Marketing

Che cos’è il marketing virale?

Come da definizione, il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere un messaggio a un numero elevato di utenti finali.

La modalità di diffusione del messaggio segue un profilo tipico che presenta un andamento esponenziale, da qui la derivazione del nome. Il viral Marketing è semplicemente l’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per l’intenzione volontaria (e spesso ben celata) da parte dei promotori delle campagne.

La maggior parte delle aziende conosce bene il  “referral marketing”, ossia quel tipo di marketing in cui si chiede ai clienti già acquisiti di raccomandare i propri servizi o prodotti ad un amico, un familiare o un collega e il marketing virale, nella sua forma più semplice, è semplicemente un referral marketing trasferito su internet.

Come funziona?

La chiave del marketing virale è quello di ottenere nuovi clienti portandoli a visitare un determinato sito, mettendoli nella condizione di sentire il bisogno di consigliare la pagina a qualcuno che pensano possa esserne interessato. Qualcuno che, a sua volta, sentirà lo stesso bisogno. Si innescherà così una diffusione virale del messaggio originalmente creato.  Lo scatenante è detto “agente virale”

Cos’è un agente virale?

L’agente virale è la molla che fa scattare una spontanea reazione emotiva nelle persone.

Normalmente segue la regola del “When we care, we share” ossia quando teniamo a qualcosa, lo condividiamo.

Le persone tendono a condividere i contenuti che evocano in loro una forte reazione emotiva.
Sorprendentemente, diversi studi hanno evidenziato come il sentimento non debba per forza essere positivo, anzi, nella maggior parte dei casi, i successi più elevati sono arrivati da video virali, fotografie o messaggi atti a suscitare rabbia, ansia o polemiche. L’unico sentimento positivo vincente, è l’ironia.

Sarete sorpresi di scoprire quante volte, marchi importanti utilizzino, nelle loro campagne virali, cose assolutamente distanti dai loro prodotti. Questo perché alcuni argomenti / marchi / prodotti hanno fattori scatenanti più comuni.

 

 

 

Le linee guida

Ovviamente non ci sono certezze né segreti da svelare per creare delle campagne di marketing virale vincenti ma ci sono delle linee guida da seguire:

1. Il messaggio deve essere trasmesso attraverso qualcosa di divertente e ironico o serio e toccante.

2. Deve evocare una forte reazione emotiva (gioia, paura, rabbia, commozione).

3. Deve essere oggettivamente utile, oppure volutamente provocatorio.

Ci sono anche fattori comuni molti influenti:

Il fattore sociale

E’ un punto da tenere bene a mente. Le persone amano condividere cose capaci di esaltarli agli occhi degli altri, sia facendoli apparire “più acculturati” sia mettendo in mostra il loro buon gusto o la loro opinione su qualcosa. Spesso l’agente virale è proprio questo.

Il valore pratico

Per quanto riguarda i contenuti testuali di marketing, bisogna ricordare che le nozioni utili sono altamente virali. Le persone condividono “notizie che è possibile utilizzare” per questo gli articoli più condivisi sono solitamente quelli che insegnano qualcosa.

Le storie

Nel mondo del marketing, il trasporto conduce alla persuasione. Raccontare una breve storia è sempre una tecnica vincente per innescare curiosità, empatia e condivisione.

Riassumendo il Marketing Virale non è altro che l’ennesima azione di psicologia spiccia applicata al web.

 

Ateneo Group si dedica ad erogare certificazioni nell’ambito della sicurezza aziendale, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Il Cloud

Risparmiare sull’acquisto di programmi e server: oggi si può. Grazie al cloud computing. Negli Usa tutti sanno che cos’è, in Italia qualcosa inizia a muoversi. Con il pc tra le nuvole

Alzate gli occhi alla nuvola. Pioveranno dati, programmi, applicazioni. Si chiama cloud, in italiano nuvola, più precisamente cloud computing: la “rete di reti”, cioè la tecnologia che fa eseguire le operazioni di cui abbiamo bisogno da programmi contenuti in altri computer collegati via Web. Il pc non contiene il programma che usa, ma si collega via Internet con una “nuvola” di macchine, decine di migliaia di computer, e ottiene le informazioni richieste.Per capirlo basta pensare a YouTube, MySpace, Facebook, Wikipedia, Flickr: non sono programmi installati su un pc, ma servizi a disposizione di tutti, che contengono un’enorme quantità di dati. Per poterli usare però un computer non ha bisogno di una particolare capacità: Lo spazio della memoria è distribuito nella nuvola.

Come funziona?

La “nuvola” risponde alle nostre richieste e inizia il risultato elaborato al computer richiedente con i tempi della Rete. Un esempio è il servizio Live di Microsoft (www.live.com), in cui sono contenuti e-mail, contatti, calendario, sincronizzazione con il cellulare. Oltre a fare calcoli, il cloud computing archivia dati. Anziché cancellare messaggi e-mail perché troppo numerosi e pesanti, potete conservarli tutti nella casella e-mail di Internet: la memoria della nuvola è senza limiti.

Quanto costa?

Se tutte le funzioni di un computer fossero affidate alla nuvola finirebbe l’era dell’informatica tradizionale, in cui il pc per funzionare ha bisogno di un pacchetto di programmi acquistati. Gli addetti ai lavori parlano di una separazione tra hardware e software, definita “virtualizzazione”. Con la “nuvola” il pc infatti ha bisogno solo di un sistema operativo minimo per collegarsi al Web. Inoltre chi usa la nuvola potrebbe superare la divisione tra le due maggiori piattaforme (Windows e Mac), per adottare un sistema condiviso da tutti. Il software non si compra più: si usa solo ciò che si vuole, quando si vuole e si paga in base al consumo.

Perché il cloud computing è una svolta nel mondo informatico?

Un’infrastruttura cloud costa, a parità di prestazioni, funzionalità e garanzie, dal 20% al 70%, in meno rispetto a una soluzione convenzionale (molte sono le variabili che incidono sulla convenienza di convergere su di una piattaforma Cloud). Il cloud computing trasforma i costi fissi (cioè, l’acquisto di programmi) in costi variabili (per la quantità e la frequenza di programmi in uso) e anziché grandi investimenti richiede costi che si spalmano su periodi d’uso. Per esempio: se un impiegato nel mese di agosto è in ferie, l’azienda non paga per il suo uso dei programmi per quel periodo. Tra i vantaggi c’è poi l’opportunità di pagare on demand: una Pmi può usare più software, proposti da più aziende, senza investire troppo.

Grandi aziende già attive che hanno speso molto per server e database molto capaci, sembrano invece avere più da perdere nel buttare nel dimenticatoio le loro strutture.

 

 

Quali sono i problemi del cloud computing?

In primo luogo la “scalabilità”, cioè la capacità di un sistema di ingrandirsi e funzionare quando si aggiungono nuove risorse. Una facoltà che dipende sia dalla componente software sia da quella hardware. Due le possibili soluzioni: la prima prevede le necessità presenti e future analizzando quanto è successo fino a oggi. In altre parole: se ogni mese finora ho dovuto aggiungere 10GB per l’archiviazione dati, è plausibile che anche nei prossimi mesi dovrò procedere nello stesso modo. La seconda soluzione invece richiede una sorta di “allarme” che segnala anomalie al personale di gestione affinché siano preparate misure ad hoc per le emergenze.

Riassumendo: nel primo caso si interviene in modo preventivo, nel secondo si interviene al momento, solo se si presentano dei problemi.

Sicurezza e Privacy tutelate?

La sicurezza sembra essere un problema lontano per il cloud computing: le applicazioni possono essere suddivise in più datastore che usano tecnologie e sistemi operativi diversi. In questo modo, anche quando un punto viene attaccato da un hacker, è possibile metterlo subito fuori uso e sostituirlo con un altro. Per un privato può essere vantaggioso avere la propria posta nella nuvola: di sicuro, i sistemi di backup di un gestore come Google sono più efficaci di quelli di un utente medio.

 Bisogna poi fare i conti con la privacy, da tutelare con un’autenticazione rigorosissima d’accesso. Per qualcuno l’idea di affidare i propri dati a un sistema molto grande ma “virtualizzato” è una garanzia di tutela. Per altri invece la riservatezza di informazioni delicate quali la finanza e la sanità non dovrebbero essere agganciate a una miriade di “nuvole” lontanissime. È difficile prevedere oggi quale sarà lo sviluppo della nuvola anche su questi aspetti. «Un’azienda può avere delle perplessità nell’affidare la lista dei propri clienti a una “nuvola”.

È probabile che, in futuro, ci saranno mille problemi che ancora oggi non prevediamo. Certo, dobbiamo abituarci all’idea che tutto ciò che è in digitale per sbaglio potrebbe diventare di pubblico dominio: dalla lista dei clienti di una banca offshore con l’ammontare dei propri conti correnti alle fotografie inviate alla propria fidanzata. Ma ci stiamo dirigendo con gradualità verso una dimensione di maggior trasparenza.

Ateneo Group si dedica ad erogare certificazioni nell’ambito della sicurezza aziendale, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Venerdì, 01 Luglio 2016 00:00

Cos’è il BYOD?

BYOD (bring your own device) è la tendenza ad utilizzare il dispositivo mobile personale sul posto di lavoro.

Questa tecnica sta diventando sempre più una scelta diffusa secondo una recente indagine Gartner condotta sui responsabili IT: entro il 2017 ben il 38% delle imprese interromperà la fornitura dei device mobili ai propri dipendenti ed introdurrà i programmi BYOD.

Questo tipo di approccio sembra offrire esclusivamente dei vantaggi all’azienda, ma cerchiamo di approfondire le diverse sfaccettature di questa tecnica per avere più elementi su cui basare una valutazione sensata.

I vantaggi del BYOD si possono riassumere in:

  1. Maggiore produttività dei dipendenti
  2. Minori costi dell'hardware (L’azienda, solitamente, si accolla solo i costi di consumo dei device)
  3. Percezione dell'azienda come ambiente aperto, giovane ed amichevole

Questi 3 punti chiave inducono la creazione di nuove opportunità per i dipendenti che possono operare in mobilità incrementando la loro soddisfazione e il loro coinvolgimento.

Il registro delle presenze, la richiesta di ferie e permessi, il prospetto delle attività, sono alcuni esempi di questo genere. Si pensi, inoltre, ad applicazioni di gestione del personale che tendono a favorire la collaborazione tra uffici delle risorse umane e dipendenti oppure alla possibilità di interagire con i colleghi su sistemi di CRM o ERP.

Ma ad affiancare i "pro" ci sono dei "contro" da prendere in considerazione, tra cui:

  1. Problemi di compatibilità
  2. Difficoltà per l'assistenza aziendale (basta pensare al moltiplicarsi dei device e dei sistemi operativi)
  3. Aumento dei rischi per quanto riguarda le intrusioni

Inoltre se un dispositivo aziendale in dotazione può essere monitorato dal datore di lavoro, per quello personale ci sono delle evidenti questioni di privacy da prendere in considerazione.

Non solo, un device aziendale garantisce una certa tranquillità dal punto di vista dell'integrità del sistema (che viene aggiornato o cambiato quando obsoleto), e, soprattutto, della sicurezza dei dati e delle informazioni sensibili dell'azienda.

BYOD, quindi, significa molto più che “spostare la proprietà” del dispositivo al collaboratore.

Sicurezza e BYOD

Come abbiamo constatato, la principale preoccupazione degli IT manager interpellati nella ricerca Gartner è la perdita di dati aziendali e il maggior rischio collegato ai dispositivi che sono predisposti per la condivisione su cloud.

Una strategia efficace per far fonte ai problemi dell'utilizzo di device personali è quella di porre l'attenzione su questa principale preoccupazione.

Le aziende, invece di cercare di controllare tutto il dispositivo mobile del dipendente, possono applicare in modo intelligente vari tipi di controlli alle singole applicazioni, senza toccare il resto del dispositivo e, soprattutto, le informazioni personali dell'utente.

Strategie BYOD

Per affrontare nel migliore dei modi la questione del "bring your own device" serve una strategia che permetta di:

  • Definire le giuste policy e i giusti dispositivi per l'organizzazione
  • Proteggere i dati in comunicazione dal device al centro dati
  • Fornire ai dipendenti soluzioni che non limitino la produttività

Concludendo

Speriamo con questa breve descrizione di avervi , in modalità semplice e diretta,  dato una panoramica dei vantaggi e svantaggi dell'utilizzo del sistema BYOD in ambito aziendale.

Siamo agli albori di un nuovo sistema di distribuzione dei dati aziendali con la volontà di aumentare la produttività individuale, integrando i sistemi aziendali con terminali che quotidianamente tutti noi usiamo per esigenze personali (telefonia, e-mail, chat, navigazione internet, voip).

Ateneo Group si dedica ad erogare certificazioni nell’ambito della sicurezza aziendale, siamo a vostra completa disposizione per sessioni di approfondimento:

Chi siamo?

Ateneo Group è un'organizzazione, composta da una serie di divisioni operanti nel settore dell'istruzione e della formazione. A seguito di una serie di acquisizioni è cresciuto ulteriormente nell'area della formazione linguistica e finanziata. Ateneo Group ha sedi in Gallarate e Varese, composto da un... Continua >>

Ultime Notizie

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter!